Liceo Scientifico e Linguistico Statale di Ceccano in dulcedine societatis, quaerere veritatem

Il tempo di un attimo, ciao, Liceo!

di Edoardo Cicciarelli, V C, direttore del giornale  Lo Studente

Cari amici,


sapete bene quanto mi piaccia parlare, e il più delle volte a sproposito, ma oggi proprio non proferisco parola che non sia sminuzzata dall’angoscia. 


Il tempo d’un attimo ci separa dalla conclusione: sarà un attimo poco più breve di quello durato cinque anni; rispetto al settembre del 2015, ora che siederemo dinanzi alla commissione, quasi tutti avremo la barba, le braccia e le gambe saranno un po’ più lunghe, la testa un po’ più pesante, il cuore più grande.

Saranno i nostri prof, proprio quelli che ci hanno cresciuto, a chiederci l’ultima parola, a vedere i loro frutti divenuti “maturi”; ed è inutile negarlo: ci mancheranno anche loro, con i mille interrogativi e le tante interrogazioni, i loro caratteri austeri e amorevoli, i loro “segni particolari” di cui tanto abbiamo riso e talvolta temuto. 

Nessuno di noi sarebbe colui che è oggi se, quest’oggi, non fossimo tutti noi: un coro è muto all’orecchio del cuore, anche se una sola voce manca a cantare. 

E noi cantiamo e balliamo allegramente da cinque anni: nonostante non siamo stati continuamente uniti, (com’è normale che sia), ci siamo sempre sopportati e supportati; nessuno è mai rimasto solo nelle corse attorno alla scuola durante l’ora di educazione fisica: neppure il maratoneta che intendeva fissare l’ennesimo record personale: qualcuno lo accompagnava sempre, anche con le gambe attorno al collo, pur di dargli compagnia. Nessuno ha mai passato la ricreazione in un angolo dimenticato, se non per copiare i compiti dell’ora successiva dal quaderno del compagno di banco; nessuno ha mai neppure sognato di andare via senza salutare dinanzi a quel cancello che tanto abbiamo odiato per cinque anni e che ora - ora che sappiamo cosa significhi andare a scuola - ci manca da morire. 

Perché pensavamo, fino a qualche settimana fa, che essere “liberi” significasse “non dovere”: non dover fare i compiti, non dover studiare, non dover alzarsi alle sei di mattina, non dover prendere il cotral, non dover vedere qualcuno che non ci fosse troppo simpatico. E invece no: eravamo liberi e non ce ne siamo mai accorti del tutto. 

Pensavamo di sentirci oppressi: le ansie pre-compito, i malumori post-voto, le corse col badge in mano; correvamo, e mentre correvamo eravamo liberi, come bambini in un parco, ma con lo zaino sulle spalle e qualche pensiero in più. Le ansie erano la carica che il giorno dopo ci avrebbe spinto per raggiungere il traguardo quotidiano, i malumori erano le punte dei piedi sul fondo pronte a farci riemergere, lo zaino era solo un memorandum per riportarci, di tanto in tanto, nella dimensione scolastica. 

Ma la scuola non è il carcere da cui evadere: la scuola è stata aria per i polmoni, è stata “casa” mattina e pomeriggio, è stata la culla di amori e amicizie, il campo di prova sul quale sfidare noi stessi, l’edificio colorato e amico. I nostri banchi non sono inanimati: hanno toccato le nostre braccia pesanti e le hanno portate per anni, hanno ascoltato i nostri pensieri stressati, delusi, amareggiati, contenti, gioiosi, che mai abbiamo avuto il coraggio di tramutare in parole. I nostri banchi ci conoscono: ci conoscono i professori, ci conosce Antonio e - anche se si lamenta sempre - ci vuole bene; ci conosce Rossana, ci conosce Santina, Angelo, Patrizia, Elena, Carmelina, Caterina, Jack, ci conosceva Santino e noi abbiamo la fortuna di averlo conosciuto. Ci conoscono i muri, ci hanno ascoltato, visto ridere, piangere, avere crisi di nervi; ci conosce Alviti: sa il nome di ognuno di noi, sa quello che pensiamo ed almeno una nostra frase tipica. 

Eravamo liberi e non ce ne siamo mai accorti del tutto, ma queste cose bisogna viverle per capirle e, ora che sappiamo, non ci va proprio giù che sia tutto finito. 

Tra l’altro, immaginavamo un quinto diverso, pieno delle ultime ragazzate fatte prima di divenire “maturi”: i cento giorni, la “gita da maggiorenni”, i diciott’anni dei 2002, le notti bianche del sabato sera, la Notte prima degli esami che, seppur simbolicamente, abbiamo comunque deciso di vivere assieme. 

Il tragitto è finito, amici miei: qui le nostre strade si separano e non saremo più liberi di prima, neppure un po’, anzi, avremo da stare da soli la sera a pensare a quanto ci manchi tutto questo. Ne avremo di sere da passare così, con le mani in mano su un balcone o in riva al mare, a rimembrare dei giorni passati a ridere e scherzare dall’ultimo al primo banco, a lanciare carta con la cerbottana, a maledire il giorno in cui abbiamo deciso di divenire “liceali”. Ci mancherà il Vetus, ci mancherà il caffè delle 7.50, ci mancheranno le attese dietro il Conad, le “ultime file avanti”, le comunicazioni del giorno prima sulle variazioni d’orario, le partite di “pallavolo”, di calcio, di tedesca, i 100 metri, il calcetto, la SchoolCup. Sentiremo nostalgia dei pullman delle gite, delle canzoni da viaggio, delle pause agli autogrill, delle notti d’albergo passate a scappare per i corridoi, delle sveglie delle 6 con la voce di Alviti. Sentiremo ancora nell’aria la voce materna della Dei Cicchi, gli aneddoti dell’Alessandrini, i richiami della Vardè, la porta che sbatte della Fimiani, ricorderemo i ricordi d’infanzia della Bruni, le discussioni con la D’Annibale, le lezioni di educazione civica dell’Antonucci, le cantate di Palladini, la calma quasi imperturbabile di Bartolini, le lezioni magistrali di Vitali. 

Ci mancherà tutta l’ultima fila: Previtera che borbotta sottovoce e si sente comunque fino all’edificio antistante, Steven che finge di essere un angelo, Pierpaolo che ha sempre e comunque da ridire e Tommaso che ha la situazione in mano ed è tranquillo anche durante un’invasione aliena: “ma di che vi state a preoccupa’? Sta tutto sotto controllo.” 

Anthea sempre scocciata, Lorenzo zitto quando gli pare, Audia e Guerrieri che se ogni tanto non ti giri finisce che ti scordi che ci sono: non parlano mai, ma mai proprio. Pica e Pizzuti in antitesi continua: un’ansia interminabile da una parte e un estetismo esasperato dall’altra. Olmetti pronto per la guerra e Roberto che trema impaurito che Francesco gli meni. Alessandra e Cristian e il loro continuo litigare. Ci mancherà Grazia e la sua lodevole dedizione, Carlotta e Beatrice e la loro attenzione inarrestabile, Noemi e Sara immerse in un’altra dimensione, Mila che non tentenna un secondo se c’è da difendere qualcuno.  

Vi (a voi) mancherà Luna, che è un ossimoro con le gambe: ed è bellissima così. E indubbiamente ci mancherà Filippo, che, posso assicurarvi, è una delle persone più buone che io abbia mai conosciuto. 

E poi, ovviamente, nei nostri ricordi c’è anche un po’ di Michela, Chiara, Pamela, Marianna, Giulia, Alessio e... Simone.

Ci mancherà l’aria per qualche tempo, in qualche istante preciso, e avremo da sorridere e commuoverci assieme, ma non rimpiangeremo nulla, tantomeno potremmo mai pentirci di qualcosa.

Passeranno le settimane di settembre, passeranno i mesi, poi gli anni, ma ve lo posso garantire: rimarrete tutti nel mio cuore, per sempre. E quella lanterna continuerà ad ardere e volare, come fosse una stella tutta nostra, come se anche noi, da adesso, facessimo parte di quel firmamento che nel tempo, seduti in riva al mare, su un muretto o in un parcheggio qualunque, continueremo a guardare.

Non smettete mai di sognare. 


Vi voglio bene,


vostro, Edoardo

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